martedì 26 giugno 2012

IL LACCIO SI È SPEZZATO... SIAMO VOLATI VIA LIBERI

Intervento di don Franco Barbero per il libro Cercare se stessi... per trovare Dio. Omosessualità, chiesa, fede, Vangelo, Spirito. John McNeill intervistato da Valerio Gigante, Edizioni Piagge, 2011

Ho vissuto qualcosa di più di un'emozione nel riabbracciare, ancora a Roma, il teologo John McNeill all'Euro Pride 2011. Sono trascorsi 30 anni, ma eccolo lucido ed appassionato come allora.

Leggendo le densissime pagine dell'intervista rilasciata all'instancabile Valerio Gigante, sono stato sollecitato a ripercorrere alcuni passaggi della mia vita e del mio ministero. Prete da oltre 48 anni, dall'ottobre del 1963 incontrai in un confessionale della chiesa cattedrale di Pinerolo alcuni ragazzi e ragazze che, più per accenni che per racconti, più con gli occhi e i sospiri che con le parole, mi manifestarono la loro omosessualità.
Ero impreparato, sorpreso, senza la possibilità di confrontarmi con altri confratelli, potevo farlo solo con il mio testo di Teologia Morale.
Non nascosi la mia ignoranza e mi lasciai guidare da un'alta dose di curiosità: «Sai, sono un prete da poco in tutti i sensi. Se mi vieni a trovare in seminario, dove vivo e insegno, mi aiuti a capire». Ne vennero più del previsto. Nessun magico raggio di sole e nessuna “rivelazione” squarciarono il fitto reticolato della mia ignoranza, del disagio, della paura. Ma lentamente, l'ascolto attento e umile faceva breccia, apriva un varco, acuiva il mio desiderio di capire.
Ero ben saldo nella “verità” del modello unico, eterosessuale, patriarcale: era così naturale! Eppure ero già in movimento. Gli studi, le ricerche, l'ermeneutica biblica, la psicoanalisi, soprattutto il contatto vivo e dialogico con questi fratelli e sorelle, mi stavano traghettando verso una nuova terra. Oggi riconosco con gratitudine verso Dio e verso le persone omosessuali quanti stimoli di conversione ricevetti in quegli infiniti dialoghi. Il vento del Concilio mi aveva confortato: esisteva dunque una “Chiesa extraterritoriale” e l'obbedienza non era più una virtù. Comunque con dolore (e con molte lacrime) in quegli anni mi accorsi di una Chiesa che parlava dei poveri dal palazzo, che dettava legge alle donne da una cultura e da una struttura patriarcale, che parlava di aborto, divorzio... per bocca di maschi obbligati al celibato, che sentenziava sull'omosessualità senza parlare con gli omosessuali. In tutti i documenti queste persone, scrive il teologo James Allison, vengono trattate come “oggetti”, mai come soggetti ai quali dare la parola e prestare ascolto mettendosi alla pari.
John McNeill sottolinea con vigore che in questo percorso di impegno e di lotta per i diritti delle persone lgbt la rabbia non serve alla causa, non giova alle persone, divora noi stessi e allontana anche i cuori. Infatti non si tratta di “sbattere la porta”, ma di “allargare la casa”, renderla più accogliente. Chi non si purifica, non si libera dalla rabbia, dove troverà la serenità interiore e la gioia che sono necessarie per le lotte di lungo periodo? Il risentimento è l'assassino della fiducia e spegne le energie creative, soffoca la speranza.
Ben altra cosa è provare e manifestare l'indignazione che i pronunciamenti della gerarchia provocano in tante persone ancora “dipendenti”. Credo che queste voci critiche, anche pungenti, non debbano cessare, se davvero ci interessa il bene della Chiesa che non abbiamo mai cessato di amare e di cui ci sentiamo parte. Quando si legge nel “Compendio” del Catechismo della Chiesa cattolica: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, l'adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria» (n° 492), è difficile non avvertire con dolore come questa gerarchia sia ormai cieca e sorda. E sono ancora troppi gli omosessuali e le lesbiche che si “tolgono il cappello” e devono farsi accettare da una simile autorità ecclesiastica. Nella Chiesa di Gesù si sta a viso aperto, senza chiedere il permesso, senza supplicare di avere un posticino da penitente e senza mutilare se stessi con la “vocazione della castità”, come un ambiguo e peloso documento torinese propone.
Dal 1978 decisi, anche dopo aver conosciuto Ferruccio Castellano, di compiere un ulteriore passo. Da allora benedico, in comunità o in gruppi cristiani di base, le coppie omosessuali dopo un percorso di ricerca sulla persona e sul messaggio del Gesù storico. Non mi bastò più dibattere e dialogare. Intesi agire, esprimendo anche liturgicamente nell'accoglienza ecclesiale la benedizione di quel Dio che è sorgente di ogni amore. L'ebollizione culturale, le nuove frontiere delle teologie femministe e della liberazione, il dibattito teologico e i nuovi percorsi della psicanalisi ci incoraggiarono e nel giugno 1980 Agape, il centro ecumenico valdese di Prali, ospitò in Italia il primo convegno nazionale su “Fede cristiana ed omosessualità”.
Ogni anno questo campo continua la sua riflessione. Fu nell'anno giubilare 2000, quando a Roma fui invitato all'assemblea delle “religioni e omosessualità”, che prendemmo coscienza in molti che ormai era giunto il tempo di spingerci sempre di più all'aperto anche nelle chiese, nelle religioni. La mia relazione “Il dono dell'omosessualità” fu l'ultima goccia che fece traboccare il “vaso vaticano” che, per questo e altri “meriti” mi premiò come ben sapete. Ma Dio si è scatenato! La penso proprio così. Il movimento lgbt e queer è ormai inarrestabile. Dio soffia più forte che mai. Mi spiace per te, mia cara Chiesa che ti chiudi a riccio e ti attardi a contemplare il paesaggio che fu. Oggi senza l'ascolto, il discernimento accogliente, senza la valorizzazione delle voci, dell'intelligenza, dell'amore delle donne, dell'universo lgbt e queer, non è possibile ricomprendere il mondo in cui viviamo e che cosa voglia dire per noi il Van- gelo di Gesù nella vita quotidiana. Mia cara Chiesa, i tuoi tesori non sono né i palazzi, né le banche, né i dogmi, né le tue imperiali strutture. Sono quelle persone che guardano a Gesù di Nazaret, cercano di essere fedeli a se stesse, alla loro voglia di amore, di vivere secondo verità e giustizia, senza finzioni.
Ogni giorno di più mi preme porgere l'orecchio al sussurro delle voci, espormi al soffio dello Spirito di Dio che guida e sospinge le persone non a imprigionarsi in un modello, ma a “costruirsi” in fedeltà a se stesse, a realizzare relazioni sostanziate d'amore. Altro che “terapie riparative”! Coraggio e gratitudine al Dio amico della vita... Non e tempo di uscire da questa Chiesa, ma di seminare a piene mani la speranza, di coniugare pazienza ed impazienza, di ossigenare ogni giorno il nostro cuore con la preghiera, la disponibilità a “scommettere su Dio” (per dirlo con il titolo di un bel libro di John Mc Neill), in un dialogo ecumenico che valorizzi le differenze come laboratori di libertà e di felicità.
Di fronte alle persistenti ed inquietanti violenze, alle durezze della lotta quotidiana per vivere nella libertà e nella visibilità, raccomando spesso ai miei amici lgbt di meditare il salmo 124. Sembra quasi descrivere un contrastatissimo itinerario di molte vite, un cammino in cui Dio si fa compagno di viaggio verso la libertà:
«Noi come un uccello siamo stati liberati dal laccio dei cacciatori... Il laccio si è spezzato e noi abbiamo ripreso il volo in libertà».

Nessun commento:

Posta un commento