venerdì 28 settembre 2012

Matrimoni Gay: l'Italia nega un diritto ai cittadini

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A dispetto della crassa, egoistica, ignoranza di alcuni intellettuali da strapazzo, a dispetto delle volgarità e delle ideologie, nonché di opportunismi e contraddizioni, vorrei ricordare in modo semplice che nella storia e nelle diverse culture i matrimoni non si raggruppano in un’istituzione monolitica.
Lo attesta l’esistenza di matrimoni combinati, eterosessuali e omosessuali, forzati, monogamici e poligamici, nulli in quanto non consumati, riparatori, spirituali e virtuali, temporanei. In ogni caso, alla filosofia non interessa la storia, cosicché a prescindere dalle tanti visioni e concretizzazioni dei legami nunziali, nonché dalla loro interpretazioni economiche, religiose, farraginose, vorrei fosse garantito a ogni essere umano il diritto positivo di accedere a una qualche buona istituzione matrimoniale, a partire da una buona definizione dell’istituzione stessa. Credo che chi nega i matrimoni agli omosessuali debba innanzitutto fornire una valida definizione di matrimonio. La negazione altrimenti rimane brutale, irrazionale, immorale.
Tra gli altri, Dante oppone virtute e canoscenza alla brutalità. Nella misura in cui un tipo di matrimonio, ben definito, sancisce una seria scelta affettiva e sessuale (una scelta, non un obbligo, si badi bene), in cui partner consapevoli, edotti, si ritrovano sul medesimo piano, per scambiarsi a vicenda una serie di promesse, con convinzione e conoscenza, il matrimonio costituisce la virtù e la custodia del proprio amore, della propria libertà, libertà eterosessuale, libertà omosessuale. Comunque, etica e consapevole. Il libertinaggio include ben altro.
Sì, i matrimoni comportano promesse e una promessa è lecita solo quando, ceteris paribus, la si riesce a mantenere; anche perché rompendo una promessa si reca un danno a chi quella promessa è stata rivolta. Viene conferito un significativo valore alle promesse, promesse matrimoniali incluse, in una società civile che disdegna brutalità e delinquenze (da quelle di uomini/donne che usano il proprio partner a mo’ di oggetto, a quelle di chi si sposa pur conscio delle proprie tendenze pedofile, pornografiche, puttanesche). Le promesse significano fiducia. Una società in cui la fiducia venisse a cadere che società sarebbe? Sto pensando a una fiducia seria. Quella che comporta compromessi non è fiducia.
Sotto il profilo filosofico, gli ultimi dati Istat sui matrimoni in Italia rivelano poco o nulla: che ci si sposi meno non significa che il matrimonio in sé non abbia valore, così come (per esempio) il fatto che cali il numero di coloro che pagano le tasse non comporta che le tasse vadano abolite. Vigono diritti e doveri da conservare e osservare con cura, anche quando gli individui li evadono. Perché l’evasione? Caos mentale, narcisismi, sindromi varie a trecentosessanta gradi, timori bambineschi, disprezzo per chi vive accanto a te? La risposta tocca a psicologi, sociologi, scienziati cognitivi, non a noi filosofi. Ai filosofi tocca però il compito di esigere logicità: cosicché a chi sa di prediligere donne/uomini oggetto, olgettine/i, orge, schiave/i, oppure di equiparare i propri tanti amori ai propri tanti kleenex, raccomandiamo: non sposarti! Se tu lo sai e ti sposi, da filosofi non possiamo non riconoscere la tua incoerenza. Se non lo sai, da filosofi ti invitiamo a conoscere, prima di agire, prima di sposarti.
Vivo in famiglie che ci siamo costruiti assieme, in cui non ci è concessa la possibilità matrimoniale. Nessuna sciocca interpretazione irreale. I modelli rimangono, per noi filosofi, non una mera lettura, pure religiosa, bensì concetti validi che applichiamo al mondo reale – le interpretazioni le lasciamo tutte ai pochi oltrepassati francesi postmoderni. Di fatto, posso vivere con il mio/la mia partner in quella che noi individuiamo quale un’unione capace di custodire il nostro amore e la nostra sessualità. Tuttavia, nel momento in cui voglio pronunciare il nome marito/moglie, nel momento in cui conduco a tutti gli effetti un’esistenza matrimoniale (che, oltre la giurisprudenza, la società non favorisce), nel momento in cui nascono dei figli, nel momento in cui qualcuno di noi si ammala, nel momento in cui qualcuno di noi muore, cosa accade? Nel nostro incivile paese, sempre carente in quanto a riconoscimento di diritti e cittadinanza, ogni genere di ingiustizia e sofferenza ci viene assicurata.
Ingiustizia e sofferenza assicurata agli omosessuali. I matrimoni omosessuali rimangono un diritto sacrosanto, che la legge italiana al momento non sancisce, negando cittadinanza ad alcuni, favorendo un principio antidemocratico. Ben prima di confrontarmi e chiacchierare con Martha Nussbaum [Nicla Vassallo, con lo psicoanalista Vittorio Lingiardi, ha curato From Disgust to Humanity, volume, tradotto in Italia da il Saggiatore, in cui la filosofa americana critica le leggi che discriminano le omosessualità, n.d.r.], mi sono detta: abitiamo in un paese che concede a un qualunque delinquente di procreare e sposarsi, mentre il medesimo diritto viene negato alle persone omosessuali; ne segue che abitiamo in un paese che giudica gli omosessuali peggiori dei delinquenti.
Soffriamo di fobie, di omofobie in particolare. Non giungiamo a compiere il passo dal disgusto per la sessualità a un’esistenza intrisa di umanità. Purtroppo risultiamo a tratti talmente ciechi da non riuscire a sollevare neanche la domanda Disgusto o umanità?, cosicché, nella nostra illogica disumanità, non capiamo che il disgusto per amori e matrimoni omosessuali corrisponde al disgusto per l’amore e il matrimonio in sé. Ogni obiezione contro gli omosessuali (sono amori innaturali, con essi il mondo cessa di riprodursi, sono amori malati, e quant’altro) perde senso e vigore non appena emerge la nostra umanità, che è composta di conoscenza (anche scientifica) e razionalità, oltre che di empatia, che prende le debite distanze dalle sessuofobie.
Perché, al cospetto della legge, non devono darsi scelte d’amore di serie A e scelte d’amore di serie B. Perché da eterosessuali o da omosessuali, risulta difficile contestare un Michel de Montaigne che afferma: «Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: 'perché era lui, perché ero io'».
Nicla Vassallo, Professore ordinario di Filosofia Teoretica

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