venerdì 2 novembre 2012

«Citizen gay»: quando sposarsi è una questione di cittadinanza

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Di Vittorio Lingiardi
Autore di “Citizen gay” (Il Saggiatore)
Citizen gay. Il titolo di questo libro accosta cittadinanza e omosessualità. Abbinamento teoricamente paradossale: dovrebbe importare qualcosa, allo Stato, dell’orientamento sessuale dei suoi cittadini? No. I cittadini dovrebbero essere tutti uguali e, in questa uguaglianza, sostanzialmente anonimi.
In pratica, invece, c’è un cittadino che è meno uguale degli altri perché, se vuole, non può sposarsi. Come gli altri, il cittadino gay contribuisce alla cosa pubblica, per esempio paga le tasse, ma è discriminato in una dimensione essenziale della sua vita: quella affettiva. Nonostante la richiesta sempre più ferma di molti, omosessuali e non, il Parlamento italiano non riesce a varare una legge che permetta a persone dello stesso sesso di godere dei vantaggi giuridici, sociali e psicologici del matrimonio.

Citizen gay è uno slogan per ricordare al cittadino che può alzarsi in piedi e dire: sono gay, sono lesbica, voglio diritti e rispetto. Così facendo, quel cittadino pone un problema ineludibile per la democrazia: la legge deve riettere i valori di alcuni o garantire, nel rispetto reciproco, la pluralità dei valori di tutti? Può reggere, sul piano del diritto, la distinzione etero/omo?
Non sono d’accordo con chi sostiene che in fondo si tratta solo di «regolamentare una situazione». E tantomeno con chi liquida l’argomento come «un capriccio». Al contrario: si tratta di aprirsi a una trasformazione antropologica, di sciogliere un nodo simbolico. Serve a poco un dibattito costretto tra la ripetizione di anatemi contro la prospettiva di una «famiglia omosessuale» e l’ammissione imbarazzata di dover fare una «concessione alla diversità» in un mondo che cambia.
Troppa ideologia, troppa emotività, e un rischioso oscuramento del dato scientifico. La persona omosessuale non costituisce uno «specico» sociale o psicologico: essere gay o lesbiche non è un merito, né un demerito. È una cosa che capita. Il gusto personale non dovrebbe fare aggregazione politica, ma la storia ci insegna che i gruppi discriminati tendono a costruire identità collettive e forme associative. Questo implica la necessità della formula citizen gay, ma anche la sua auspicabile transitorietà.
Quello del «matrimonio gay» è un tema cruciale perché definisce il rapporto tra società e cittadino, democrazia e individuo, pubblico e privato. C’è chi obietta che nessuno vieta a due persone omosessuali di volersi bene e mettere su casa, ma quella che auspico e argomento in questo libro è la soluzione di una questione pubblica, non di una faccenda privata.
L’obiezione, più volte ascoltata, che «l’importante è che siano riconosciuti i diritti di due singoli, e non i diritti di una coppia», è mortificante e non regge. Non convince neppure la distinzione tra matrimonio, riservato agli eterosessuali (indipendentemente, come è giusto, dal loro status sociale e dalla loro fedina penale) e altre forme di unione civile per le coppie gay o lesbiche. Sottolinea infatti una differenza basata sul genere degli sposi e, implicitamente, ribadisce un’interdizione e dispari opportunità.
Vi sono affetti migliori di altri? Come dire: non sono razzista, ma è meglio che ci siano autobus bianchi per i bianchi e autobus neri per i neri. Anche se le corse avessero la stessa frequenza, e i biglietti lo stesso prezzo, chi potrebbe accettare una soluzione simile? Un altro tipo di obiezione viene, ma direi sempre meno, da persone gay e lesbiche che preferiscono continuare a vedere nella «condizione omosessuale» un’alternativa ai legami «tradizionali».
Secondo loro, gli omosessuali che desiderano sposarsi scimmiotterebbero la norma eterosessuale e di fatto avallerebbero il patriarcato, fondatore dell’istituto matrimoniale, consegnandosi a una condizione coniugale che addomestica e normalizza. Rispondo che non si tratta di essere a favore o contro il matrimonio, bensì di riconoscere, alle persone gay e lesbiche che vogliono contemplare questa possibilità nella loro vita, il diritto di formare una famiglia.
In altre parole, per condurre un’esistenza degna, la condizione minima è disporre di libertà di scelta. La legalizzazione del matrimonio omosessuale non imporrebbe qualcosa, ma semplicemente riconoscerebbe a cittadini maggiorenni la libertà di scegliere di essere una coppia non solo davanti a se stessi, ma anche davanti alla società e allo Stato (con tutto ciò che ne consegue in termini simbolici e pratici).
La domanda che qui ci interessa è dunque «puoi sposarmi?» e non «vuoi sposarmi?». Dovrebbe ammetterlo pure chi ha in antipatia il matrimonio. Come scrive Piergiorgio Paterlini (2004): «Io sono contrario al matrimonio. Omosessuale o eterosessuale. Civile o religioso. Ma proprio per questo non vedo l’ora che gli omosessuali possano sposarsi. Perché solo allora sarò libero di condurre la mia battaglia culturale e ideale. Oggi il loro non diritto mi toglie il diritto di parola. Non posso combattere, nemmeno sul piano delle idee, una cosa che a qualcuno è ingiustamente negata».

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